Giorno: agosto 10, 2011

Shoes Stories: Aldo Sacchetti un mito Torinese.

Sono ufficialmente Torinese, è quindi ora che mi faccia un idea concreta delle menti “fashion” che hanno popolato/popolano questa strana terra. Dico strana perchè ad un primo sguardo, da neofiti, non traspare la sua (di Torino, intendo) vena creativa, innovativa e stilosa, anzi appare come una città molto classica, impostata e….”ingessata”? Sbagliatissimo, ne ho le prove, e poco alla volta, cercherò di condividerne tutte le chicche che riesco a trovare! (Se siete torinesi e ne avete altre, SEGNALATE!)

Avevo un nome: ALDO SACCHETTI, e tutto il web. Ho trovato questo interessantissimo sito http://www.ipaddock.it/ (credo sia frutto di una collaborazione con il Museo Della Calzatura di Vigevano, ma potrei sbagliarmi) , che mi ha dato moltissimo materiale per conoscere questo artigiano (mai definizione, fu più…CALZANTE ;D!! ) creatore di scarpine raffinatissime.

Ne riporto fedelmente degli stralci e le immagini, per una dissertazione più completa vi consiglio di visitare il sito che vi ho prima indicato: questo blogger ha letteralmente colmato un vuoto imperdonabile nella rete, per questo sono ancora più felice nel condividerne i contenuti.

(dalle parole del Blogger che cura la ricerca)

La scoperta di Aldo Sacchetti al Museo internazionale della Calzatura di Vigevano è “colpa” di una sua calzatura femminile del 1960, di un bel verde acceso. Di forma elegante, con una fine decorazione ricamata a fili d’oro, il nome dell’autore a caratteri svolazzanti su un’etichetta a forma di mandorla: tutto parlava di una grazia non comune e così è stato amore a prima vista.

Solo cercando negli archivi della stampa dell’epoca e grazie alla preziosa collaborazione di Armando Pollini, direttore artistico del Museo di Vigevano, sono emerse alcune informazioni su questo artigiano.

Torinese, classe 1922, Sacchetti ha dedicato alle calzature circa sessant’anni della sua vita. Tutto cominciò infatti nel 1933 quando, a soli 11 anni, iniziò a lavorare al deschetto nella bottega di calzolaio del padre. Il suo desiderio di bambino sarebbe stato fare il falegname, ma del lavoro calzaturiero e soprattutto degli suoi aspetti creativi presto si innamorò perdutamente. La sua giornata lavorativa tipo durava dodici ore e faceva così fatica a staccarsi dal suo atelier, che la domenica mattina vi tornava anche per leggere il giornale.

La sua vena creativa lo portò a depositare decine di brevetti e le sue calzature furono scelte da Maria Callas, Audrey Hepburn e addirittura dallaRegina Elisabetta. Senza dimenticare che per decine di anni si sono rivolte a lui mogli di politici di primo piano e signore dell’aristocrazia cittadina.
Le sue collezioni hanno sempre accompagnato le creazioni dell’Alta Moda torinese e non solo.

Nel 1948, a 26 anni, lasciò la bottega del padre per aprire il suo primo negozietto, in via Arsenale a Torino: Lì nacque il logo a forma di mandorla – quello della scarpa verde – e lì ebbe inizio anche l’avventura lavorativa autonoma di Aldo Sacchetti.
“due localini piccoli e stretti, dove rimanevo tutto il giorno a vendere, poi la sera correvo in laboratorio”
(come raccontato a Marina Cassi, in un’intervista del 1984 per “La Stampa”).

Ecco cosa scrive il blogger Paddock, parole che davvero mi hanno fatto sognare quell’epoca meravigliosa, in cui le scarpe erano fatte con tutti i crismi, e , soprattutto, con il cuore.

Ma come mai questo fantastico artigiano ha catturato la mia attenzione? Cosa ha osato? TUTTO. Personalmente amo le imprese audaci, i design arditi, a patto che siano frutto di una razionalissima ricerca, minuzioso studio delle forme e calcoli. Sì, se si deve stupire, che sia per davvero!

Aldo Sacchetti ha brevettato modelli incredibili, per prime vi presento le mie prefetite:

Una suola con tacco, nessuna tomaia, una calza che si attacca alla soletta interna attraverso uno studiato sistema di gancetti, inutile dire che ne vorrei un paio all’istante! (cito dal Paddock):

La prima – di cui non rimane traccia – era una una scarpa composta soltanto di tacco che gli venne richiesta dallo stilista Jacques Esterel, col quale collaborò negli anni ’60:

Un problemino non da poco. Lo feci rotondo saldamente legato alla caviglia. Un effetto particolare, stupendo” (intervista di Marina Cassi, La Stampa 1984).

La seconda fu una scarpa composta solamente dalla suola (in apparenza). In realtà la suola si agganciava con automatici nascosti alla calza, per lasciare quest’ultima in tutta la sua evidenza. Lui stesso raccontò a Marina Cassi come nacque quell’idea:

Una volta mi chiesero di creare una scarpa per esaltare il primissimo paio di calze colorate. Che fare? Ci pensai molto e alla fine inventai una scarpa composta soltanto da suola e tacco. Impossibile? No: sotto alla calza della modella c’era un sottopiede che si fissava alla suola mediante invisibili ganci. Fu un trionfo. La sfilata era a Palazzo Pitti e rivedo ancora la scena: tutti prima fissavano l’abito, quindi la calza, quindi sobbalzavano sulla sedia e chiedevano all’indossatrice: “ma come fa a camminare su una scarpa che non c’è?”.

Eccola senza la calza:

Il piede sempre più scoperto (in antitesi con le “normali” proposte anni 60..), aveva seguito questa corrente sottilissima di feticismo del piede femminile, che andava crescendo, e non si fermò qua con i brevetti a tema:

Sempre nell’intento di lasciar scoperto il piede, nel 1965 Sacchetti brevettò una

“calzatura a suola senza tacco, ripiegata a formare un basso tomaio fissato ad un nastro anulare elastico, che consente alla calzatura di aderire al piede pur lasciandolo superiormente scoperto” 

Ultima chicca, una cosa davvero sorprendente: Bacoltè vi adoro, ma siete arrivate dopo, grazie per aver continuato, in ogni caso, questo simpatico sistema 😉

Al museo di Vigevano è infatti esposto un modello di calzatura con tre tacchi intercambiabili, da 30, 50 e 80 mm, che si innestano a baionetta e si fissano tramite automatici, collocati nella parte centrale della suola. La suola si adatta alla diversa altezza del tacco, grazie alla sua flessibilità.

Vorrei davvero postare tutte le foto delle creazioni di questo meraviglioso creatore di sogni, ma vorrei evitare di fare tutto un polpettone copia-incolla 😀

Per soddisfare tutte le vostre curiosità in merito vi metto i link delle pagine che ho scopiazzato (spero che Paddock non se la prenda, il mio intento è quello di encomiare il suo meraviglioso lavoro i ricerca!!!)



Materiali tratti dal sito: http://www.ipaddock.it/

Si ringrazia: Paddock, Irma Vivaldi (photos) e il Museo Della Calzatura di Vigevano.

Amanti dell’antica arte calzaturiera, delle scarpe vintage e delle belle pubblicità d’antan, non potete astenervi dall’aggiungere quel link nei vostri Preferiti!

Che dite, organizziamo una spedizione in quel del Pavese?

Baci,

Momo